TESI
DI LAUREA
Lo
sviluppo delle credenze sul cambiamento di tratti negativi
Un
bambino che all’asilo nido, pur essendo il più piccolo e
scoordinato di tutti, dichiari che diventerà il prossimo
Michael Jordan si si può definire decisamente ottimista. Questo
bambino probabilmente percepisce il suo essere più piccolo e
scoordinato in confronto agli altri, ma crede possibile un forte
cambiamento in futuro. I suoi amici potrebbero alimentare questo
sogno, ma i suoi genitori, convinti che sarà sempre piccolo e
scoordinato proveranno a dirigerlo in un’altra direzione. Più
i bambini sono piccoli, più questo ottimismo è evidente (gli
studi di Bjorklund e Green, 2002 confermano); infatti i bambini dell’asilo
nido (meno di 3 anni), sono i più ottimisti nell’immaginare,
ad esempio, futuri cambiamenti positivi nelle capacità
scolastiche dei loro pari. I bambini sono convinti che, sia in
condizioni di normalità che di difficoltà, un comportamento se
negativo difficilmente persisterà in futuro.
Crescendo,
l’ottimismo nei bambini diminuisce e questo potrebbe
rappresentare un vantaggio. Monitorando i propri limiti, infatti
i bambini in età scolare possono evitare di investire energie
in attività nelle quali riscontrano continui insuccessi (ad
esempio pensare di diventare un asso del basket nonostante i
continui allenamenti siano molto poco incoraggianti). In questo
modo il giovane riesce a conoscere i propri limiti e le
predisposizioni, e può così investire le proprie forze in
attività che gli diano maggiori soddisfazioni e che possano
farlo sentire realizzato. Inoltre il comportamento degli altri,
è visto come derivante da tratti (una serie di caratteristiche
strutturanti della personalità più o meno mutabili nel tempo
che sono socialmente codificate e hanno un valore culturale),
stabili nel tempo e i bambini, si aspettano una solidità
maggiore nell’affrontare, da adulti, alcune situazioni e
quindi crescendo possono iniziare ad aspettarsi che anche i loro
pari, proprio come loro stessi, rispondano alle situazioni in
modo più stabile e preordinato.
Gli
adulti, infine, percepiscono i tratti come più stabili nel
tempo e credono che una volta che li si possiede, soprattutto se
negativi (alcune caratteristiche che vengono generalmente
riconosciute come “difetti” o “handicap” dalla maggior
parte delle persone), sia difficile mutarli. Si può dire che
quando le persone crescono sono più stabili forse perché
diventano più consapevoli dei meccanismi di cambiamento.
La
presenza dell’ottimismo nello sviluppo di un bambino è
considerato quindi molto importante e l’interesse è così
vivo in quanto l’ottimismo agisce in modo profondo sulla
motivazione, sulla visione di sè e degli altri e sembra che
intervenga anche nell’insorgenza della sindrome depressiva.
Una visione positiva di sè porta infatti a pensare alle proprie
capacità come suscettibili di miglioramento e permette di
affrontare molto meglio le difficoltà, pensando che anche i
fallimenti possano essere superati in tempi brevi e con un buon
successo.
Questa
ricerca prende spunto da un’indagine fatta da un’equipe
statunitense guidata dalla dott.ssa Lockhart e coadiuvata da
un’indagine trasversale eseguita da colleghi giapponesi.
Il
confronto oriente-occidente è stato curioso e necessario per
capire se la predisposizione a pensare positivamente che
caratteristiche negative nel tempo sarebbero sparite o comunque
migliorate fosse dovuto a fattori prevalentemente evolutivi o a
fattori prevalentemente culturali. Se l’ipotesi corretta fosse
stata la prima i soggetti sia americani che giapponesi avrebero
dovuto seguire tutti il trend legato all’età, mentre se
l’ipotesi corretta fosse stata la seconda ci dovrebbero essere
state delle differenze tra le due culture in fasce d’età
medesime.
Si
è verificato che in prevalenza i giapponesi erano
significativamente più ottimisti degli americani (Nakashima,
Lockhart e Inagaki, 2003).
Questa
significatività è emersa però solo nelle fasce adulte, mentre
nelle fasce di bambini compresi tra 3 e
6 anni la quota di ottimismo è stata la medesima in
entrambe le culture.
Da
questi risultati si è potuto evincere che i bambini piccoli
compresi tra 3 e 6 anni hanno un ottimismo innato e pensano che
se un loro pari nasce con qualche grave difetto, senza alcun
dubbio questo difetto sparirà nel corso del tempo.
Mano
a mano che i bambini crescono l’ottimismo diminuisce, fino ad
essere presente nella fascia degli adulti in modo altalenante, a
seconda della cultura nel quale sono cresciuti e delle
attitudini personali. Devo sottolineare, comunque, che i bambini
piccoli rimangono sempre i più ottimisti in assoluto.
È
sembrata utile una replica della ricerca americana, con bambini
e adulti del nostro paese, perché l’ottimismo fa parte della
cultura statunitense e non era affatto scontato ritrovare gli
stessi risultati. Eseguita la ricerca, con alcune doverose
varianti, i risultati concordano complessivamente con quelli
della ricerca americana,
Sono
emerse però alcune differenze tra adulti italiani e americani,
nella categorizzazione di alcune caratteristiche proposte nel
test. Questa differenza suggerisce possibili differenze
culturali nella concezione delle caratteristiche soggettive
(tratti) tra bambini e adulti di diversa nazionalità.
Portando
ad esempio un elemento utilizzato nell’iter di testing si può
notere come il tratto
“lentezza nell’apprendimento” sembra essere ritenuto dagli
americani un tratto ibrido (sia psicologico che biologico), che
può cambiare nel tempo grazie sia all’impegno
dell’individuo che allo sviluppo stesso, e dagli italiani un
tratto psicologico, cioè modificabile solo con volontà e
impegno, non legato quindi a leggi biologiche.
La
presente ricerca ha messo in evidenza che ci sono differenze sia
individuali che tra le età nelle cause attribuite al
cambiamento di singoli tratti psicologici, come timidezza,
cattiveria, disordine. Anche questo è un tema che merita di
essere ripreso in altre ricerche.
Infine,
alcuni risvolti utili di questa indagine potrebbero essere volti
ad evidenziare anche le risorse di ottimismo nei bambini
disadattati (ad esempio bambini in attesa di affido) e non solo
le loro difficoltà, come invece spesso accade.
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